Care parrocchiane e parrocchiani,

vi scrivo – più in ritardo del solito – in un caldo e solitario 2 giugno. Come già accennato nella scorsa lettera, gli impegni in Europa e come Economo Regionale dei Padri Maristi mi portano via sempre più tempo. Ma cerco, nonostante tutto, di non trascurare la parrocchia e continuo ad essere fortemente arricchito dall'incontro con tutti e tutte voi.

Siamo ormai prossimi alla nostra festa in onore della Vergine delle Grazie, e a Lei continuiamo a chiedere di aiutarci ad essere sempre più discepoli del suo buon Figlio, consapevoli dell‟amore che questo Figlio ha per noi e pronti ad accoglierlo e condividerlo con tutte le persone che incontriamo.

Nelle ultime settimane abbiamo vissuto bei momenti di comunità: le prime comunioni, davvero una bella celebrazione di FAMIGLIA, in cui tutti hanno fatto la propria parte e, son sicuro, continueranno a farla anche dopo questa tappa; la festa dei campi, altra bella occasione per fare FRATERNITA' e molti altri momenti. Abbiamo avuto, negli ultimi due mesi, anche diversi battesimi: preghiamo, davvero, perché queste giovani famiglie continuino a sentire seriamente l'impegno ad essere, per il loro figlio o figlia, testimoni (che, come dico sempre, non vuol dire PERFETTI!!!) che, accolto l'amore che viene da Dio Padre buono, lo trasmettono con gioia ai loro piccoli.

Abbiamo anche avuto, come tutte le famiglie, momenti meno felici: funerali di persone, alcune anche figure storiche per la parrocchia e la città; difficoltà nell'intavolare un dialogo profondo e continuo tra i diversi operatori pastorali e tra noi e le famiglie dei ragazzi/e con cui cerchiamo di camminare; problemi personali che ognuno di noi (parroco compreso!) si porta dietro, etc.

Ed è proprio questo coesistere nella vita di tutti noi di momenti felici e momenti tristi che mi porta a condividere una cosa che mi ha suggerito, alcune domeniche fa, una parrocchiana dopo la Messa delle 11,30 (ho trovato conferma di questa riflessione su: https://elinepal.wordpress.com/2013/09/09/kintsugi-le-cicatrici-in-oro/

Pare che i giapponesi, quando riparano un oggetto rotto, anziché far di tutto perché l'oggetto sembri nuovamente integro, valorizzano le crepe riempiendone la spaccatura con dell‟oro. La chiamano la tecnica del Kintsugi, e deriva dal loro credere che quando qualcosa ha subito una ferita diventa più bello. Tra nascondere l‟integrità perduta ed esaltare la storia della ricomposizione, scelgono la seconda strada. Noi occidentali, invece, facciamo fatica a fare pace con le crepe. Non ci piace ammettere le nostre sconfitte, fatichiamo a riconoscere le nostre debolezze, e tendiamo a nascondere ciò che ci fa soffrire, tentando di offrire di noi sempre una sorta di facciata da supereroe (che tutti sappiamo essere, appunto, solo una facciata!).

Collegandomi anche a quanto vi dicevo nella mia ultima lettera, teologicamente, siamo nel campo della morte-resurrezione. Per continuare a trovare nuova vita (in Cristo!) dobbiamo accettare di morire. Per godere dei nostri miglioramenti (nel rapporto con noi stessi, con gli altri e con Dio), dobbiamo accettare i fallimenti del passato (che torneranno, sia nel presente che nel futuro). Entrare nel profondo di noi stessi con onestà non è né facile né piacevole (io ci sto provando, in modo anche abbastanza serio, da un po' di anni, ma è sempre una gran fatica); riconoscere che abbiamo in noi crepe, rotture ed incoerenze non è bello né indolore; ma è quanto ci permette di provare ad esercitare la misericordia e la pazienza, anzitutto verso noi stessi e poi, di riflesso, verso gli altri.

Maria non ha ignorato il dolore presente nella sua vita. A Gesù dodicenne non ha fatto i complimenti per essersi distaccato da lei e Giuseppe, e magari si è anche sentita in colpa per non averlo “custodito” con più attenzione. Ma ha saputo continuare il cammino. Non ha permesso alla sconfitta di impedirle di guardare avanti continuando ad avere fiducia e affidandosi a quel Dio che aveva “guardato l'umiltà della sua serva”.

Ci aiuti Lei, con la sua intercessione, a far lo stesso: a credere che il buon Dio continua a far meraviglie in noi malgrado le nostre crepe e rotture. Che Dio continua a versare l'”oro” del suo amore nelle nostre ferite, per sanarci e restituirci alla nostra dignità, bellezza e preziosità di figli suoi!. Che continua a moltiplicare il pane e pesce del suo amore anche quando noi abbiamo poco o niente da offrirgli.

p. Marcello

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