La ParrocchiaMadonna delle Grazie del Rivao

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...e canta con noi questa vita - 15/03/2015

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Quando, Dove, Come, Perchè..........
01(riad. da Santuario Madonna delle Grazie del Rivaio – C. Serafini 2001)

L’aspetto generale della chiesa santuario di Santa Maria delle Grazie del Rivaio si sviluppa sulla base di un progetto di cui non si conosce l’autore.
Costruita con orientazione ponente-mezzogiorno, la chiesa mostra tutta la sua facciata, volta a nord est, soprattutto scendendo da Castiglioni.
Un loggiato formato da pilastri collegati tra loro da un parapetto con panchina di pietra e che sostengono archi ad essi sovrapposti con disegno abbastanza regolare, circonda su tre lati il corpo della chiesa e ne divide la facciata principale.
La parte che emerge sopra il tettino del loggiato è semplice, terminando acuminata con una cimasa formata da un solo sguscio o modanatura ornamentale, nella cui sommità è collocata una croce di ferro.
Unico ornamento, una finestra rotonda nel mezzo circondata da una grossa e pesante cornice di pietra.
Nella parete che resta all’interno del loggiato si apre la porta principale con stipiti, architrave e soglia di semplice pietrame “a cardinaletto” e con sopra cornice divisa, pure questa di pietra.
Ai lati della porta sono due sedili di pietra e sopra, sulla parete, le iscrizioni su marmo che ricordano il passaggio di Maria Luisa e di Pio VII.
02Sul fianco destro, il loggiato è stato interrotto e chiuso parzialmente, dopo la quarta arcata, creando una cappella comunicante con la chiesa; sul lato sinistro, lasciata aperta una sola arcata che incornicia bellamente la torre del Cassero e la parte alta del paese, tutto il resto dell’iniziale loggiato è stato tamponato e interrotto in modo da ottenere alcuni locali, un ampio corridoio e una ampia cappella col fonte battesimale.
Le due antiche porte laterali della chiesa, corredate di semplici soglie, stipiti e architravi di pietra a cardinaletto, funzionano quindi come aperture di collegamento tra il corpo della chiesa e le cappelle laterali.
Alla estremità del tetto, dalla parte di ponente, è il campanile a ventola con due piccole campane.

03Entrando dalla porta principale troviamo una bussola a quattro paraventi, due laterali e due di fronte sopra ai quali stanno altri due sportelli tutti di legname.
L’interno della chiesa è a croce latina mancante del braccio superiore, quindi una T.
Dalla porta di ingresso fino all’altare maggiore la chiesa è lunga circa 25 metri: l’aula fino al transetto misura circa 19 metri; il transetto, circa 6 metri e mezzo.
La larghezza sempre nell’aula è poco più di 9 metri, nella crociata quasi 15. L’altezza è di circa 12 metri.
La copertura, con due pendenze, è sostenuta da 4 capriate nel corpo della chiesa e da un arco di materiale che divide il corpo dalla crociata la quale è coperta allo stesso modo, ma col sostegno di semplici travature.
Al di sopra della bussola di ingresso un tempo era il piano dell’orchestra costruita tutta in legname, con parapetto vestito di tela dipinta e sostenuta da due fulcretti che poggiavano sul piantito della chiesa.
Oggi, scomparsa ogni traccia di questa cantoria, tra la bussola e il finestrone è collocato un crocifisso in grandezza naturale, opera giovanile dell’oggi affermato scultore castiglionese Enzo Scatragli.
04Altri elementi scomparsi dalla chiesa perché caricavano e appesantivano tutto sono una pila per acqua santa con la base che poggiava sul pavimento all’inizio dell’aula, sulla destra, due grandi confessionali di legname, un baldacchino che stava sopra l’altare maggiore, grandi lumiere pendenti dal soffitto. Una balaustra in legno verniciato trattato a pilastrini e colonnini, con una apertura a sportelli al centro e altre due laterali, con andamento semicircolare, divideva l’aula dal presbiterio, di per sé sollevato da due scalini in pietra.
Al centro del presbiterio, davanti all’altare maggiore che è il punto focale della chiesa, dopo la riforma liturgica del Concilio è oggi un altare di pietra con mensa che pone il celebrante rivolto all’assemblea.

Nella parete laterale destra si impone subito, protetto dentro una nicchia chiusa da un cristallo, un antico crocifisso in legno intagliato e dipinto (170 x 110), opera di scuola toscana del 500.
Un recente intervento di restauro, condotto con delicatezza e maestria, che lo ha riportato all’originaria policromia, consente di leggere chiaramente il modellato con cui l’autore volle rappresentare gli elementi realistici della sofferenza del Cristo inchiodato sulla croce.
L’anatomia è sobriamente modellata, serena l’espressione del volto. Gesù Crocifisso, nella consueta iconografia, ha il corpo leggermente reclinato, braccia poco flesse, dita delle aperte, i fianchi cinti da un drappo di seta cremisi.
L’opera viene attribuita alla cerchia di Baccio da Montelupo, autore assieme ai discepoli di numerose sculture di questo tipo nell’aretino e in particolare a Castiglioni, ma la commissione di un Crocifisso fatta nel 1545 a un certo Nero di Borgo San Sepolcro ha fatto rivedere l’attribuzione di questa opera.

Altare parete destra della navata.
SPOSALIZIO MISTICO DI SANTA CATERINA (altare della parete destra della navata)
05Lavorato in muratura e stucco (700x500x100) su commissione del Dr Marco Ghirlandi nel 1658, ma realizzato solo dopo il 1660.
Due colonne e due semicolonne con capitelli compositi sostengono una trabeazione che culmina al centro in un riquadro ornato di testine ed elementi floreali.
Ai lati due angeli seduti sorreggono una corona.
Alla base delle due colonne è uno stemma a mezzo rilievo della famiglia Ghirlandi: campo attraversato da una banda trasversale e due corone in alto e basso.
La mensa è ornata di riquadri.
Nel riquadro in alto è scritto:
D.CATHARINE VIRGINI SENENSEI
In quello centrale:
HANC ARAM PIE DICAVIT MARCUS GHIRLANDUS I.C. CASTIL. FLOR. ARRHAM SILICET SALUTAE ANIMAE INTER AGNI NUPTIAS AETERNUM DESPONSATAE SPONSORUM PATROCINIO ANNO SALUTIS MDCLVII
La struttura dell’altare riprende quello di fronte, fatto costruire due anni prima.
Il dipinto, un olio su tela, cm 300 x 190 è opera di Salvi Castellucci, un continuatore della maniera cortonesca.
Fu commissionato dai coniugi Cecilia Ghirlandi e Tommaso Brozzi nel 1664 quando per la morte di Marco Ghirlandi il patronato degli altari passò ai Brozzi.
La scena si svolge nel presbiterio buio di una chiesa; l’oscurità è interrotta dall’illuminazione improvvisa che giunge diagonale e dall’alto.
Santa Caterina, vestita dell’abito domenicano bianco con mantello nero, riceve l’anello inginocchiata di fronte a Gesù che è seduto su un trono con due gradini e avvolto in un manto rosso.
Tra i due è la Vergine in vesti scure.
Sullo sfondo si intravedono architetture e un gruppo di tre personaggi musicanti. Presso il gruppo centrale e in alto vi sono degli angioletti.
L’opera è stata ridipinta quindi il quadro è alterato rispetto all’originale.

LO SPOSALIZIO DELLA VERGINE E SAN GIUSEPPE (altare sulla cappella destra del transetto)
06L'altare è della seconda metà del XVII sec., essendo stato fatto lavorare a stucco, anche questo dal Dr Marco Ghirlandi nel 1657, ma terminato qualche anno dopo.
Quattro colonne marmorizzate gialle sostengono una trabeazione in stucco decorata a rosette e motivi vegetali.
In centro culmina in alto in un riquadro che ai fianchi ha due angeli sorreggenti una corona.
La mensa, lo sfondo delle colonne e l’architrave sono ornati a specchiature marmorizzate.
Alla base delle colonne è uno stemma: campo azzurro attraversato da una scala marrone. In alto e in basso una corona.
Nel riquadro in alto la scritta COELITIBUS SPONSIS annuncia che l’altare è stato eretto per rappresentare lo SPOSALIZIO DELLA MADONNA, un olio su tela del 1664, opera di Salvi Castellucci di Arezzo.
Come per corrispondere alla devozione e alla curiosità popolare i pittori hanno dato risposta anche agli aspetti privati di Maria.
Giuseppe liberato dalla sua perplessità celebra quelle nozze che comportavano la coabitazione dei due coniugi e la Chiesa ha assegnato a questo avvenimento la data del 23 gennaio.
Castellucci descrive il momento dello scambio degli anelli ambientandolo nel tempio.
La Vergine vestita di rosso e azzurro porge la mano a San Giuseppe in vesti grigie e gialle che è in atto di infilarle l’anello. Tra i due è il sacerdote in abito grigio damascato.
In alto, un cielo pieno di angeli con al centro la colomba dello Spirito Santo irradiata di luce, si apre sopra i personaggi che numerosi affollano la composizione. A sinistra personaggi maschili, a destra personaggi femminili velati.
L’altare, fino all’altezza della mensa, resta coperto da una gradinata costruita per ospitare la corale della parrocchia che accompagna la liturgia nella messa domenicale e nelle occasioni solenni.
Addossato alla parete contigua all’altare maggiore è collocato fin dal 1964 un bell’Organo Pinchi voluto da padre Foglia maestro del coro e organista del santuario per 15 anni.

07

ALTARE MAGGIORE CON L’IMMAGINE AFFRESCATA DELLA MADONNA DELLE GRAZIE

In pietra arenaria, cm 700x380x90, poggiato sulla parete di fondo.
Due colonne e due paraste con capitelli compositi sostengono una trabeazione ornata da un motivo a girali d’acanto al di sopra della quale è un arco interrotto al centro da un riquadro terminante a timpano ornato da un cherubino.
La base delle colonne e i gradini della mensa sono lisci.
Nel riquadro in alto si legge: PRIVILEGIATO, per l’ex rescripto SS. PP. Pii IX, 12 dicembre 1865.
Sopra la mensa:
VIRGINI MATRI SACELLUM HOC EX MENTE ALEXANDRI CASTILLIONIS DICATUM THOMAS BROZZIJ C. CAECILIA GHIRLANDI CONIUGES CONSOBRINI VOTO PIE ADHERENTES EX LAPIDE ERIGENDUM CURAVERE.
Come dice l’iscrizione, l’altare fu fatto costruire dai coniugi Tommasi Brozzi e Cecilia Ghirlandi, realizzando la volontà di Alessandro Castiglioni che aveva fatto un lascito di 2000 scudi per l’erezione della cappella della SS.Vergine.
Una decorazione murale, in stucco dorato e dipinto, arricchisce la grande nicchia che circonda l’altare maggiore.
Due paraste con testine angeliche e festone sostengono un arco decorato alla sommità da un grande cartiglio e serti floreali.
Entro l’arco sono due cherubini e tralci vegetali a girali.
In basso, ai lati dell’altare, due cornici ovali decorate da testine angeliche, archi spezzati e festoni contengono due dipinti che rappresentano Angeli con Fiori, opera di fine XVII - inizio XVIII sec.
I due ovali presentano due immagini di angioletti a figura intera e seminudi: quello a destra è parzialmente avvolto da un manto rosso e ha in mano gigli e rose; quello a sinistra è coperto da un drappeggio chiaro e ha tra le mani delle rose.
Nello sfondo testine di angeli e squarci di cielo azzurro.
Le cornici di stucco fanno parte dell’intero complesso decorativo.
Le due delicate immagini secondo alcuni sono da attribuire a ignoto pittore il cui stile è influenzato dalla pittura emiliano-veneta (tipo Sebastiano Ricci). Più attendibile la tesi di Liletta Fornasari che riconduce la commissione dei due angeli con fiori da parte di Cecilia Brozzi, sempre al Salvi Castellucci.

Nel cartiglio sull’arco trionfale si legge:
MARIA-MATER GRATIAE.
Sull’altare l’affresco della antica maestà, databile XIV-XV sec, opera di ignoto toscano, uno dei tanti pittori attivi nella campagna aretina.
L’opera (100 x 100) che dimostra delle ridipinture, rappresenta la Vergine seduta, vestita di un manto azzurro che le copre il capo e di un abito marrone.
Volge lo sguardo in basso verso il Bambino nudo, sdraiato sulle sue ginocchia.
Lo sfondo marrone scuro è cosparso di stelle d’oro.
L’affresco è contenuto in una cornice di legno intagliato e dorato, applicata in sovrapposizione. Una cornice quadrangolare di m 1,5 x 1,5 (prima metà del XVII sec), con ricco intaglio a volute fogliami e serti di rose.
In alto al centro sono due cherubini.
Tipico esempio di intaglio con decorazioni “rocaille” di fattura pregevole che testimonia l’alto livello raggiunto dagli artigiani del legno attivi in Val di Chiana nel 6-700.

Il Ciborio, legno intagliato e dorato, è opera di intagliatori dello stesso periodo.
Due colonnine tortili sostengono una cornice sagomata. Lo sportello è decorato con un motivo vegetale grafito.
È un arredo sacro di modesta fattura e di tipologia piuttosto frequente.

SS. CRISPINO E CRISPINIANO
(Altare sulla cappella sinistra del transetto)
08L’altare della cappella, in muratura e stucco, è dedicato a San Crispino e Crispiniano, nobili romani del III sec. che abbandonarono i loro averi per andare a predicare il Vangelo e vivevano esercitando il mestiere di ciabattini.
Questo altare venne eretto nel 1663 a spese dei Confratelli della Congregazione di san Crispino “fondata solo da uomini addetti all’arte speciale dei calzolai” e che celebravano la festa nell’ultima domenica di ottobre, anche con musica, torciata, sonetti...
Quattro colonne marmorizzate gialle sostengono una trabeazione in stucco variamente decorata a rosette e motivi vegetali culminanti al centro, in alto, in un riquadro. Ai lati sono due angeli. Quello a sinistra ha in mano una spada e una bilancia.
La mensa, la base e lo sfondo delle colonne e l’architrave sono ornati a specchiature marmorizzate.
Nel riquadro in alto: DIVIS CRISPINO E CRISPINIANO PROTECTORIBUS
L’altare, come quello che fa da pendant. riprende lo schema di quello in pietra che venne costruito per primo sul fianco sinistro della navata.
Il dipinto, LA VERGINE COL BAMBINO IN GLORIA E I SS CRISPINO E CRISPINIANO è un olio su tela eseguito nel 1663 da Adriano Zabarelli di Cortona, detto il Palladino, un artista che interpreta la pittura di Pietro da Cortona in maniera molto più modesta rispetto a quella di Castellucci.
La Vergine siede in alto circondata da angioletti emergenti tra le nuvole. Indossa veste rossa e blu e tiene il figlio sulle ginocchia.
In basso, contro lo sfondo di un colonnato, si stagliano le figure dei due santi. Quello a destra indossa vesti gialle e rosse, quello a sinistra vesti verde e marrone. Le tonalità sono scure.
Stilisticamente la composizione è molto simile a quella dell’altare successivo.

IMMACOLATA CONCEZIONE Altare della parete destra della navata
09In pietra serena lavorata da Ippolito Bracci da Lucignano cui fu commissionato da Marco Ghirlandi.
Due colonne e due semicolonne con capitelli compositi sostengono una trabeazione elaborata culminante in alto al centro in un riquadro ornato da testine ed elementi floreali.
Alla base delle colonne uno stemma con aquila su tre monti.
La mensa in muratura è ornata di riquadri.
Nel riquadro in alto:
IMMACULATO DEIPARAE CONCEPTUI
nel riquadro centrale:
UT SPEI SIMUL AC TIMORIS EXPONERET MONUMENTUM ARAM HANC PIOS REFERENTEM MANES SIGNE EXPIANDOS DICATAM VOLUIT SEBASTIANUS BROZZIUS, VOTUMVE PROPENSIUS IMPLEVIT RUTILIUS FRATER A. MDCLV
L’altare presenta decorazioni seicentesche ispirate a una notevole sobrietà che non ne alterano la struttura di tipo classico:
Come ricorda l’iscrizione della mensa, l’altare e la cappella vennero eretti per volontà di Rutilio Brozzi nel 1655 in memoria del fratello Sebastiano che morendo piuttosto giovane lasciò per testamento che si erigesse un altare nella chiesa da poco costruita, dedicandolo alla Concezione della Beata Vergine.
Rutilio soddisfece la fraterna volontà e dedicò l’altare alla CONCEZIONE A SAN SEBASTIANO E A SAN GIUSEPPE E ALLE ANIME DEL PURGATORIO.
Anche la tela di questo altare, ordinata da Cecilia figlia di Marco Ghirlandi e dal marito Tommaso Brozzi dopo il 1655, ha come autore Salvi Castellucci e rappresenta appunto
L’IMMACOLATA CONCEZIONE CON I SANTI SEBASTIANO E GIUSEPPE che pregano in suffragio delle anime del Purgatorio.
Una composizione che attinge da un altro erede di Pietro da Cortona, Ciro Ferri e dove la dignità regale di Maria è fatta risaltare dalla presenza di Angeli e di Santi
L’Immacolata col capo circondato da stelle e la falce di luna sotto i piedi è seduta in alto tra gruppi di angeli e indossa una veste azzurra e un velo giallo.
In basso, inginocchiati, a destra S. Sebastiano avvolto in un manto rosso e a sinistra S. Giuseppe in vesti grigie e gialle.
Tra i due santi le anime del purgatorio
Il quadro, che riprende la maniera cortonesca, ha subito vistose e orribili ridipinture.

Il Foglio



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Nato, pare, da un suggerimento di E. Pietraforte, giornalista della Nazione.
Già dal 1964 il parroco dava alle stampe un "foglio" con cadenza quindicinale e lettere circolari.
E' del 1967 il numero più vecchio che possediamo, contenente l’annuncio del IV Carnevale dei ragazzi, una festa che prevede la sfilata dei carri, con tanto di corteo mascherato intorno al paese.
Nel 1985 si contraddistingue per le belle copertine di Enzo Scatragli, disegnate di getto sul primo foglio che gli capita tra le mani nella stanza adibita a redazione e stireria.
 
All’interno compaiono spesso articoli su temi scottanti quali la droga, l’aborto, l’economia, ma c’è spazio anche per articoli semi-seri o ermetici, firmati con fantasiosi pseudonimi (Sero, l’Orso, Gabu, Macchia Nera…). La stampa è affidata alla perizia di Franco Landini.
Il Gruppo Giovani realizza periodicamente un proprio giornalino, intitolato “Vivo”, del quale escono una decina di numeri.
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01(riad. da Santuario Madonna delle Grazie del Rivaio – C. Serafini 2001)

All’origine del santuario della Beata Vergine delle Grazie a Castiglion Fiorentino non si trovano fatti straordinari, apparizioni, o miracoli di cui sia stata lasciata memoria. Si tratta di un luogo di culto, di una meta di pellegrinaggi, non legata ad alcun particolare evento umano o soprannaturale.

Inizialmente la Madonna del Rivaio era una delle numerose edicole, o “maestà” costruite lungo le strade di campagna e sempre aperte per consentire a quanti vi transitavano accanto di manifestare la propria devozione o chiedere protezione. L’immagine della Vergine Maria con in braccio il Bambino Gesù che troneggia dietro l’altar maggiore del santuario è opera di un ignoto autore che l’aveva dipinta senza pretese artistiche, ma nel rispetto degli schemi pittorici dei secoli XV-XVI.
L’edicola che conteneva la sacra immagine sorgeva alle pendici del paese, in un luogo detto Rivaio, lungo il tratto dell’antica strada che, collegando Arezzo e Chiusi, saliva al paese e lo attraversava.
Il toponimo Rivaio non si deve al fatto di essere la riva di una antica palude; più probabile la derivazione da “ripa”, strada in declivio verso l’abitato. Non è comunque da escludere un collegamento al termine “rivum” con il significato di corso d’acqua come risulterebbe dall’estimo del 1412.
Nella seconda metà del XVIII secolo fu modificato il percorso della Via Regia evitando l’attraversamento del paese. La correzione partiva proprio all’altezza della antica maestà, presso l’attuale chiesa del Rivaio.
Fu allora che il loggiato della chiesa diventò un importante punto di osservazione per scorgere le vetture della posta che passavano tre giorni a settimana o le fastose diligenze con a bordo prelati, principi, artisti italiani e stranieri...

Nei primi anni del ‘600 si registra un notevole concorso di gente verso la maestà del Rivaio per la recita di preghiere individuali o comunitarie e litanie. Il fervore fu alimentato anche dal passaggio dei Romei diretti a Roma per l’anno santo.
Alla deposizione di fiori e all’accensione di lumi si aggiunsero voti e offerte in denaro per le quali si rese necessario trovare il modo di disciplinarne la registrazione e soprattutto l’uso. Prese l’iniziativa l’Arciprete della Collegiata che nel 1608, in una seduta del Capitolo, propose che uno dei Canonici fosse delegato a tener conto delle elemosine fatte alla Madonna del Rivaio.
Nello stesso periodo, il nobile Camillo Onesti, che aveva una sua villa nei pressi di quella maestà, volle che l’immagine della Madonna fosse accolta in una chiesa o in un degno oratorio entro il quale si potesse celebrare la S. Messa. Questo desiderio divenne volontà testamentaria il 4 ottobre 1622. Gismondo Gaci e Bastiano Acquisti, il 15 febbraio dell’anno 1625 avviarono la costruzione di una cappella che non doveva essere molto grande visto che era pronta già per la prima domenica di giugno dello stesso anno.
Per accogliere i fedeli che continuavano a venerare la Madonna delle Grazie fu eretto davanti all’oratorio, e quindi proprio sulla strada maestra che lo delimitava, un loggiato con due arcate aperte lateralmente per non interrompere il transito delle persone lungo la strada stessa.
Poiché giungevano ancora numerose offerte allo scopo di fare una costruzione più grande, fu autorizzata dal Vescovo la costituzione di un’Opera al fine di amministrare il denaro e provvedere a una nuova chiesa.
Nel 1638 , il Consiglio della Comunità pensò di poter affidare la chiesa santuario del Rivaio ai Padri Carmelitani, in modo che fossero loro stessi a gestire la costruzione di una nuova chiesa e di un convento, ma i religiosi non erano interessati e la cosa non andò in porto.
Nel frattempo le celebrazioni si facevano sempre più solenni, fino a fissare per la terza domenica di giugno la festa titolare di S. Maria delle Grazie.
Rettore del piccolo santuario era Don Benedetto Luci che “possiede nella villa delle Appendici, una casa sua abitazione con un pezzo di terra lavorata olim logo detto La Madonnuccia”. Proprio Don Benedetto Luci, il 19 maggio 1644 fece un suo legato a favore della chiesa che poi ospiterà le sue spoglie. All’offerta in denaro aggiunse la donazione di un pezzo di terra olivata contigua alla piccola chiesa in modo da poterla ampliare senza interessare la strada maestra. L’area per la nuova chiesa fu ottenuta anche dalla demolizione di almeno altre due case appartenenti a Isabella Tacci Giunti.
La nuova costruzione procedette con gradualità, anche in rapporto alle disponibilità per far fronte alle spese reali.
Nell’anno 1652 si terminò la costruzione delle volte dei locali-cripta ricavati sotto il livello della strada. Era stata così creata un’area di 27 m. x 19 destinata a contenere la chiesa della quale erano già state innalzate le mura perimetrali e il loggiato. Alla stessa data risulta coperta col tetto anche metà della chiesa per cui, senza attenderne il completamento, venne deciso di trasferirvi l’immagine affrescata.
La traslazione fu fissata per il 5 giugno 1652. L’evento attrasse un gran numero di fedeli che, come risulta dalle cronache del tempo, affollavano la strada, i campi circostanti e gli oliveti posti nel terrazzamento delle Bacerne. Un fitto scampanio si levò da tutti i campanili di Castiglioni.
Il primo giorno, mercoledì, l’affresco fu rimosso dalla sua antica residenza e provvisoriamente lasciato in mezzo alla nuova chiesa; il giorno seguente fu collocato sull’altare maggiore.
La collocazione dell’immagine nella parete di fondo nella quale oggi la vediamo è avvenuta quindi il 6 giugno 1652.
Ecco una cronaca non firmata di queste giornate.

“Ricordo come questo dì 5 giugno in giorno di mercoledì tra le 22 e 23 si levò dalla chiesa vecchia, che ora si è mandata giù, la SS Vergine di Rivaio e quella si trasportò nella nuova chiesa e per non essersi la sera potuto mettere su nell’altare si lasciò stare nel mezzo della chiesa con il suo solito lume e la mattina seguente il dì 6, giovedì, si pose su nell’altare dove è presente, e dopo si finì di murare su nell’altare intorno alla medesima e la mattina susseguente giorno di venerdì il Sig Arciprete Bartolomeo Serrati assieme con i signori canonici e il clero benedisse intorno la detta chiesa processionalmente con le debite solite cerimonie essendosi partito dalla Pieve il clero processionalmente e cantandosi da quello le litanie del Signore nel venire alla chiesa della Madonna e dopo dal suddetto Arciprete si cantò la prima messa della Madonna secondo il tempo, Diacono prete Donato Falaschi, suddiacono prete Fr. Urdini.
L’istessa mattina, dopo il Sig Arciprete, disse messa il Canonico Attilio Fucini poi il Sig Canonico Alessandro Onesti e dopo prete GioBatta Neri Cappellano di detta chiesa di Rivaio e l’ultimo prete Giulio Giusti della Valle di Chio.
In detta mattina, in detta chiesa, predicò il Maestro Fra Francesco Brozzi (13) (con l’intervento della Signoria di palazzo cioè Consiglio Nuovo e vecchio ed era Gonfaloniere il Sig Dr Gio Girolamo Tizi e vi fu gran gente e particolarmente quando si levò la sera innanzi la Vergine che erano piene le strade di gente e gli oliveti circonvicini e la strada di sopra detta delle Bacerne, essendosi prima fatta suonare la campana grossa del palazzo e tutte le altre campane di Castiglioni il tutto a onor di Dio e di Maria SS sempre Vergine et a devotione e maggior concorso di popolo”.

Il 14 novembre fu coperta tutta la chiesa. Quella sera stessa il Cappellano cantò le litanie della Beata Vergine e il Te Deum Laudamus in segno di ringraziamento.
Per vedere completato il pavimento occorrerà attendere il giugno 1655, anno in cui Rutilio Brozzi, Benefattore e assiduo curatore della chiesa di Rivaio, in memoria del fratello Sebastiano commissionò un altare in pietra da dedicare a Sebastiano e alle anime del Purgatorio.
Ancora grazie a un lascito di 200 scudi fatto da Rutilio, nel 1663 si gettarono le fondamenta per la costruzione del coro, della sacrestia e di altre stanze che verranno però realizzati molto tempo dopo.

Una serie di lasciti consentì di erigere altri altari: nel 1657 e 1658 quelli dedicati a Santa Caterina e allo Sposalizio della Vergine (da parte di Marco Ghirlandi); nel 1663 l’altare di San Crispino e san Crispiniano martiri (da parte della Congrega omonima).

02L’anno successivo, domenica 16 marzo, si celebrò la prima messa all’altare di San Sebastiano. Nel 1665, con un lascito di Alessandro Castiglioni, viene costruito l’altare maggiore in pietra e tre anni dopo, il 22 novembre, “si tirò indietro circa due palmi verso il muro del coro la Madonna Santissima, per opera di Mastro Giovanni Bonini muratore di Fiesole; e dal cappellano si accesero quattro torce e si disse O Gloriosa Domina, Maria Mater Gratiae, sub tuum presidium”.
La chiesa, in occasione della visita apostolica del 1692, aveva quasi assunto l’aspetto attuale: un’unica navata che si apre a croce latina mozza, formando un transetto che termina lateralmente con due altari, uno dedicato allo Sposalizio della Vergine, l’altro a san Crispino e Crispiniano. In posizione centrale naturalmente l’altare maggiore, l’altare “privilegiato” nel quale è collocato l’antico affresco della Vergine.
Altri due altari sono a metà circa della navata: quello a sinistra dedicato all’Immacolata, quello a destra a Santa Caterina.
L’anno 1708 la famiglia Fazzuoli (che per oltre un secolo detenne la responsabilità amministrativa dell’Opera), donò una campana di 225 libbre.
Successivamente, ancora i Fazzuoli, completarono il loggiato intorno alla chiesa e fecero il cassone per l’organo posto sopra la porta principale.
Una solenne consacrazione delle chiesa venne celebrata l’11 aprile 1728 dal Vescovo Antonio Guadagni, quasi alla vigilia di solenni processioni per impetrare grazie di fronte a una grave influenza che seminava morte in tutta Italia.

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La cronaca di quei giorni dice che il Capitolo e il Magistrato di Castiglioni vollero fare una processione di penitenza alla quale intervenne tutto il clero secolare e regolare con tutte le compagnie incappate e con infinità di popolo. La lunga processione partita dalla Collegiata raggiunse il Rivaio per pregare dinanzi alla immagine scoperta della Vergine. La cessazione delle mortali conseguenze dell’epidemia venne ricondotta alla intercessione della Madonna del Rivaio rafforzandone la devozione.
Dopo la soppressione delle confraternite, avvenuta nel 1785, fu ceduto alla chiesa del Rivaio il bellissimo crocifisso della Compagnia di san Lorenzo.
Qualche anno dopo si registrano due avvenimenti che ancora oggi vengono ricordati dalle due lapidi poste sotto il loggiato.
Il 10 e il 12 settembre 1803, Maria Luisa regina di Etruria si fermò in questa chiesa per venerare la sacra immagine.
Ma la visita che più onorò il santuario del Rivaio fu quella del Sommo Pontefice PIO VII, di passaggio dopo essere stato in Francia per la incoronazione di Napoleone. Era l’11 maggio 1805.
Il giorno precedente una deputazione canonicale guidata dal Vicario Fabbrini, che da giovane aveva studiato insieme al papa nel collegio di Cesena, andò ad Arezzo per rendergli omaggio nel Vescovado e per invitarlo a una sosta in Castiglioni. Forse la sosta non rientrava nel programma dei suoi spostamenti, ma il Papa vi fu costretto dall’insistenza di una gran folla che lo attendeva nei pressi del santuario assieme a tutto il clero castiglionese e della Magistratura municipale. Sceso dalla sua carrozza il Papa entrò nella chiesa e pregò dinanzi alla antica immagine di Maria Santissima delle Grazie.
Intonato il solenne “ O Gloriosa Virginum “ e impartita la Benedizione a tutti i presenti con il SS Sacramento, Pio VII ripartì accompagnato dal suono della banda e di tutte le campane del paese.

Tra il 1867 e il 1868 la chiesa di Rivaio restò chiusa al culto per interventi di restauro.
Il primo intervento interessò il tetto che, data la poca inclinazione, era causa di infiltrazioni d’acqua. Si provvide poi al rifacimento del pavimento sostituendo i mattoni con quadrelloni, facendo così scomparire molte scritte relative a sepolture ivi esistenti, solo alcune vennero murate alle pareti della chiesa. Fu rifatto l’intonaco della facciata e rimbiancato tutto l’interno. Si fecero rifondere le campane restaurare le tele degli altari.

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Nel 1878, il Canonico Don Federico Tanganelli, quale priore al Rivaio, acquistò e collocò nella cantoria il vecchio organo della chiesa degli Scolopi.
La parete di fondo sulla quale è l’altare maggiore rivelava minacce di crollo e il Tanganelli provvide a costruire l’abitazione per il priore tirando su il muro fino al tetto Mons. Tanganelli dispose anche la cessione alla chiesa del Rivaio di tutti isuoi libri e della sua mobilia.
Il 31 dicembre del 1894 Don Federico, cappellano del Rivaio per oltre 30 anni, rinunciò all’incarico per motivi di salute. Pur continuando a officiare, si dette da fare per trovare una famiglia religiosa che si stabilisse al Rivaio.
La prima proposta, nel 1907, venne fatta agli Scolopi che avevano lasciato un ricordo molto vivo e positivo della loro presenza e della loro attività svolta in Castiglioni fino al 1870. Ma i locali messi a loro disposizione erano troppo ristretti per una comunità che gestiva iniziative diverse, in particolare un Noviziato, per cui gli Scolopiani furono prima costretti ad affittare alcune camere nel vicinato e a usare come dormitorio un vano sottostante alla chiesa senza intonaco e quasi senza finestre, con pavimento provvisorio di legno.
Dettero quindi avvio a lavori che gli procurarono grossi problemi. Come dirà poco dopo Padre Angelo Audino dei Maristi “Venuti qui, lasciarono porta aperta a tutti, specialmente ad alcuni farabutti che invece di aiutarli non facevano che portare intoppi al loro ministero creando ogni sorta di difficoltà. Essi, uomini di carità., si posero a dare largamente del loro e una nube di sanguisughe li pose ben presto in brutte condizioni”.
Dopo soli sei mesi, per ordine del Provinciale, gli Scolopiani abbandonarono tutto e se ne andarono. Don Tanganelli, ancora rettore del santuario, doveva trovare una nuova soluzione al problema tanto più che gli veniva attribuita una buona parte di colpa in quello che era successo. Si ricordò di una relazione stabilita qualche tempo prima con alcuni Padri della Società di Maria, che ora si trovavano in difficoltà nella sede di Santa Fede, presso Cavagnolo, tanto da cercare una nuova sede nel Veneto.

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Era il 23 giugno 1909 quando padre Blanchon, il Provinciale di Lione, e padre Coperè, procuratore generale della società a Roma, vennero a visitare il Rivaio e lo trovarono adatto.
Il Vescovo Giovanni Volpi non ebbe esitazione ad accordare la loro venuta.
Il 23 luglio 1909 il Vescovo Volpi e il superiore generale Raffin firmavano la convenzione: i Padri ricevevano l’uso della chiesa e del fabbricato annesso, venivano quindi autorizzati al ministero in Diocesi e alla ricerca di vocazioni, avendo in mira il bene spirituale della gioventù.

La situazione degli ambienti non era mutata:
“...la casa mancava dei mobili e la chiesa stessa denotava trascuratezza notevole. ...quelli furono tempi veramente difficili che richiesero coraggio, inventiva e aiuto”.
Prima decisione fu quella di acquistare un terreno vicino, 1809 mq. Seguì subito dopo una costruzione dormitorio.

Nel 1804, il 10 dicembre, il Vescovo Albergotti, decretò che nella chiesa santuario del Rivaio fosse custodito il SS. Sacramento.

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